L’agroalimentare italiano trova la sua forza nei distretti. Un modello industriale che sembrava entrato in crisi qualche anno fa, ma che riesce ancora a esaltare alcune produzioni del made in Italy. E tra queste quelle alimentari in particolar modo grazie al legame virtuoso tra territorio, denominazioni d’origine (il saper fare che ci contraddistingue) e tessuto connettivo delle imprese.

La classifica dei distretti

Basta scorrere la classifica 2016 dei distretti che hanno riportato i migliori risultati economici (crescita, redditività operativa, export sono i parametri di riferimento) stilata da Intesa Sanpaolo, per avere la controprova. È una graduatoria assoluta (ben 149 i distretti in lizza), che tiene quindi conto di tutti i settori merceologici del made in Italy industriale, nella quale il food & beverage svetta, piazzando ben sei distretti nelle prime dieci posizioni. Più in generale, i distretti si confermano aree virtuose con una capacità di recupero post crisi ben più elevata delle aree non distrettuali. Segnale che l’unione fa la forza, come non si smetterà mai di ripetere nel Paese dei mille campanili. La top ten di Intesa Sanpaolo è guidata dal territorio di Conegliano e Valdobbiadene dove si produce, com’è noto, il Prosecco superiore Docg. Un prodotto di punta della tradizione spumantistica italiana, che secondo gli ultimi dati del Consorzio di tutela ha raggiunto 90 milioni di bottiglie, per oltre il 40% stappate Oltreconfine, soprattutto in Germania, Francia, Regno Unito e Svizzera, ma anche negli Usa e in Giappone. Tutti mercati dove cresce da anni il consenso per questo spumante delle colline trevigiane, che non va confuso con il prodotto Doc, la cui zona ormai abbraccia gran parte della pianura veneta e una porzione di Friuli. Il distretto di Conegliano – 96 le aziende censite – ha scavalcato nel 2016 l’occhialeria di Belluno, seconda quest’anno e dopo essere stata prima nel 2015 e certamente non un “avversario” facile da battere, visto che dentro c’è il leader mondiale Luxottica, fresco di accordo di fusione con la francese Essilor.

Dal prosecco ai salumi

Ma i numeri del successo di Conegliano e Valdobbiadene sono di assoluto rispetto: tra il 2008 (anno di inizio della lunga crisi italiana) e il 2015 il fatturato delle aziende monitorate è cresciuto del 58% (23% gli occhiali di Belluno), mentre l’export è salito del 135% (81%) e con una redditività media delle aziende che insistono sul territorio che supera il 9% a livello di Ebitda margin. Al terzo posto ci sono i salumi di Parma, 146 imprese analizzate dal rapporto di Intesa Sanpaolo, che nel 2015 erano “solo” al 14esimo posto in questa speciale classifica. Prosciutti, coppe, culatelli che ingolosiscono sempre più consumatori italiani e in giro per il mondo, se è vero che l’export tra il 2008 e il 2015 è salito del 56 per cento. Il crudo di Parma è il re della salumeria italiana dentro e fuori dai nostri confini e ha dato il suo contributo di valore allo storico traguardo raggiunto nel 2016: l’Italia è diventata il primo esportatore al mondo di salumi, secondo i dati elaborati da Ismea, superando per la prima volta la Germania, grazie proprio ai consumatori tedeschi, che con quelli francesi e inglesi hanno decretato il successo delle nostre produzioni, rappresentando quasi la metà di quanto è stato esportato. Le nostre vendite hanno toccato 1,38 miliardi di euro di controvalore, e il distretto di Parma ha fatto la sua parte. Nei salumi l’Italia gioca nel mondo il ruolo che la Francia ha nei vini: quella dell’operatore che presidia la fascia premium del mercato con produzioni che hanno un forte legame con territorio e tradizione, grazie alle quali diventano ben riconoscibili e sempre più apprezzate. Altri distretti importanti sono quelli della salumeria di Modena, specializzata nei prosciutti cotti e il cui export è in crescita nonostante la forte concorrenza internazionale, quella dell’Alto Adige, molto connotata a livello territoriale, quella cremonese e mantovana, tradizionale serbatoio di materia prima per le lavorazioni. Tutte aree che potrebbero avere ulteriore sviluppo soprattutto in Canada grazie al Ceta e negli Stati Uniti se il processo di apertura verso i salumi italiani non si fermerà per qualche azione protezionistica.

Vini e mozzarella, le eccellenze da nord a sud

Non di solo prosecco vive l’enologia italiana, per quanto sia l’assoluto protagonista degli ultimi anni, dato che il quarto posto della top ten è appannaggio dei vini dei colli senesi e fiorentini. In altri termini, il feudo del Chianti, ma non solo ovviamente. Brunello di Montalcino, vino nobile di Montepulciano, Vernaccia di San Gimignano e qualche supertuscan d’eccezione completano il range di prodotti, che hanno realizzato nel 2008/2015 +23% a livello di fatturato e +63% a livello di export. Il dato più forte è però il 14% di Ebitda margin che il distretto ha raggiunto nel 2015, che è ben 5 punti più alto di quello del prosecco di Conegliano-Valdobbiadene. Il Chianti è stato la prima denominazione vinicola italiana a pensarsi come industria in senso moderno e giocare bene le sue carte a livello internazionale, forte della riconoscibilità che ha nel mondo il territorio delle colline toscane. Un assetto che permette ancora di raccogliere soddisfazioni seppur nei primi nove mesi del 2016 le esportazioni sono scese del 2,6% (+14% per il Prosecco Docg nello stesso periodo), ma che sta facendo scuola anche nell’area del prosecco che ha chiesto all’Unesco il riconoscimento come patrimonio dell’umanità, così come ha già fatto il Chianti che è in attesa di una risposta. Al quinto posto il primo distretto del Sud, quello della Mozzarella di bufala campana Dop, oggetto ormai di un vero e proprio culto alimentare anche all’estero, dove l’export è cresciuto del 74% tra il 2008 e il 2015 nonostante le difficoltà di spostare questo prodotto fresco, che nei primi nove mesi del 2016 ha visto un ulteriore progresso delle vendite oltre confine del 10,5%, secondo solo a quello del Prosecco Docg. Vissuta come un prodotto unico e inimitabile, anch’essa ha dato il suo contributo all’export di formaggi italiani che nel 2016 ha raggiunto il record di 2,4 miliardi di euro. Numero che pone il comparto lattiero-caseario dopo il vino per importanza Oltreconfine.

Le altre specialità

In classifica ci sono poi le conserve di Nocera al settimo posto e i dolci veronesi all’ottavo. Altri due distretti con un’importanza in crescita di anno in anno. Se il passato e il presente sono brillanti, anche nel futuro prossimo non dovrebbe mancare la luce sui distretti alimentari italiani, e più in generale sui distretti. Dopo un 2016 fiacco per l’economia mondiale, il 2017 è visto in accelerazione e anche il commercio internazionale si sta riprendendo. Intesa Sanpaolo ha pronosticato una crescita del fatturato del 4,3% nel biennio 2017-18 per il totale dei distretti e date le premesse l’agroindustriale dovrebbe fare la sua parte, soprattutto se ci saranno segnali di ripresa sul versante interno, che ora penalizza le nostre produzioni.

 

 

 

Fonte: ITALIAATAVOLA.NET

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