Dopo 4 anni di stop a quota 132 miliardi di euro, la produzione alimentare italiana ritorna finalmente a crescere traguardando i 137 miliardi di euro nel 2017 (190 se si considera l’intero settore, comprensivo del primario), con un aumento del 2,6% sull’anno precedente. Si tratta dell’incremento migliore registrato nell’ultimo decennio per effetto sia dell’incremento dei prezzi alla produzione saliti del 2% sul 2016, un netta inversione di tendenza rispetto al -0,6% registrato nel confronto 2016-2015. Sia soprattutto per effetto della positiva performance delle esportazioni che nel 2017 –  stima Federalimentare – dovrebbero raggiungere i 32,1 miliardi di euro (+7%), con un’incidenza export-fatturato del 23,4% pari ad un quarto dei ricavi totali del comparto.

Ma i dati 2017 dell’export potrebbe essere addirittura superiori se si somma – anche in questo caso – al risultato dell’industria alimentare quello del comparto primario che fattura 8,5 miliardi. I ricavi complessivi delle esportazioni così salgono a 40,6 miliardi di euro, avvicinandosi sempre di più all’obiettivo di 50 miliardi di euro annunciato dal governo durante l’Expo di Milano (2015).

Numeri alla mano: la crescita a due cifre dell’export è messa a segno dai comparti delle acquaviti e liquori, lattiero-caseario, dolciario e saccarifero. Nell’ambito dei primi 20 mercati, i risultati migliori sono riportati, a dispetto dell’embargo, dalla Russia con una tasso che si aggira intorno al +30%. A seguire Cina (+20%), Spagna e Polonia (+14%). A questo punto, il traguardo successivo è quello di riuscire ad aumentare la produzione alimentare e l’export per il 2018 rispettivamente del 2% e del 7%.

Un capitolo a parte merita invece il mercato interno, che nel 2017 segna un lieve ma significativo incremento delle vendite (+0,8%). Mercato che costituisce di fatto il grosso del giro di affari delle imprese alimentari con il 76% dei ricavi. Qui l’auspicio è che quest’anno le vendite si consolidino intorno all’1%-2%. “Sono 3 le misure necessarie per rilanciare la produzione interna – spiega Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare -. La prima: il piano di investimenti made in Italy da straordinario deve diventare strutturale e ordinario. La seconda: il 25esimo anniversario del mercato unico europeo può sancire la ripartenza vera dello stesso o il suo funerale. Dipenderà se riusciremo a convincere la Commissione a non fare come lo struzzo mettendo la testa sotto la sabbia ogni volta che c’è da decidere e fare finalmente norme comunitarie che sostituiscano le poche ed inadeguate norme nazionali a partire dall’indicazione di origine in etichetta fino all’etichettatura nutrizionale. La terza: l’avvio di vere politiche di filiera che vedano industria e agricoltura alleate e che prevedano meccanismi premianti solo per chi trova forme di commitment trasparenti e a lungo termine per rilanciare quali-quantitativamente la produzione agricola nazionale, da valorizzare da parte dell’industria di trasformazione italiana con un approccio win win”.

E’ in questo scenario che si inserisce Cibus, il salone internazionale dell’alimentazione in programma dal 7 al 10 maggio alla Fiera di Parma. Giunto alla 19esima edizione, il salone inizia a scaldare i motori annunciando un ampliamento degli spazi espositivi grazie all’ingresso di un nuovo padiglione, l’arrivo in fiera di oltre 3.000 aziende espositrici, tutte rigorosamente italiane e quasi tutte Pmi, di 80 mila professionisti di cui gran parte esteri e delle più importanti catene di distribuzione straniere.

“Il nostro compito è sempre quello di aiutare le aziende tricolori di qualsiasi dimensione ad avere accessi facilitati sui mercati esteri – sottolinea Antonio Celie, ad di Fiera di Parma -. Il governo ci ha aiutato molto, in particolare il ministro Calenda ha messo sul tavolo ogni anno soldi gestiti peraltro in modo trasparente. Nel 2018 investiremo 3 milioni di euro (1,8 del governo e 1,2 nostri) per finanziare l’incoming dei buyers offrendogli volo, permanenza e tour sui territori per fargli vedere che cos’è una Igp o un Dop, ma anche per fargli capire che queste aziende non sono più di nicchia ma mainstream, cioè sono in grado di fornire grandi volumi di merce anche in paesi emergenti”.

Fino ad oggi, i prodotti alimentari made in Italy hanno funzionato molto bene nei due grandi polmoni limitrofi: Germania e Francia. Oltre naturalmente agli Stati Uniti che rappresentano da sempre un mercato assai redditizio con un giro di affari di 7 miliardi di euro rispetto ai 4 miliardi realizzati in Cina nel 2017. “Penso però che il mercato cinese, e in generale quello asiatico, crescerà in modo vertiginoso nei prossimi anni – rivendica Celie -. Non a caso, a gennaio andrò con i miei collaboratori ad Hanjin perché voglio incontrare tutti i distributori di prodotti di nicchia francesi per convincerli a scegliere quelli italiani. Tappa successiva, Amburgo, l’altro grande hub di prodotti di qualità, per incontrare direttamente un folto numero di importatori e distributori per promuovere il Made in Italy. Infine, Tokyo: perché il Giappone è diventato un mercato strategico”.

All’interno della strategia di espansione di Cibus prende corpo anche l’operazione che ha visto Vpe, la società compartecipata da Veronafiere e Fiere di Parma, acquisire per 900 milioni di euro il 50% del capitale di “Bellavita Expo”, azienda inglese operante nel tradeshow per il settore agroalimentare made in Italy in alcuni mercati strategici, consolidati o emergenti, quali: Regno Unito, Usa, Canada, Messico, Olanda, Polonia e Thailandia. “L’obiettivo è di acquisire entro 2 anni anche il restante 50% del capitale. Con questa operazione, ci rivolgiamo in particolare ai clienti di Cibus Vinitaly e Sol&Agrifood”, puntualizza il neo ad di Vpe e dg di Veronafiere, Giovanni Mantovani.

Il format di questa società prevede attività prima, durante e post evento che includono seminari, dibattiti e masterclass di chef stellati con l’obiettivo di accompagnare da un lato le aziende verso i canali e i clienti più adatti nei diversi Paesi, dall’altro i buyer di quegli stessi Paesi alfabetizzandoli sulla ricca offerta agroalimentare del Belpaese. “Bellavita opera da 5 anni nel mondo – spiega il ceo Aldo Mazzocco –  educando i buyers esteri alla regionalità italiana, partendo dal territorio, passando dal prodotto, per finire al produttore. Il fattore educational è il driver che da sempre connota gli eventi della società nel mondo. Con l’ingresso di Vpe si concretizza il primo polo internazionale per la promozione del Made in Italy agroalimentare”.

 

FONTE: IL SOLE 24 ORE

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